Travolti da un insolito listino
Niente panico
"Caro dipendente le scrivo per rassicurarla. Nella catena di valore, il lavoro resta sempre l’anello più importante. Non c’è bisogno di rispolverare Marx per sostenerlo. Lo dice anche la dottrina sociale della chiesa e lo teorizzava già Adam Smith. Ci scusiamo con lei se negli ultimi tempi l’abbiamo un po’ trascurata". Leggi Travolti da un insolito listino

"Caro dipendente le scrivo per rassicurarla. Nella catena di valore, il lavoro resta sempre l’anello più importante. Non c’è bisogno di rispolverare Marx per sostenerlo. Lo dice anche la dottrina sociale della chiesa e lo teorizzava già Adam Smith. Ci scusiamo con lei se negli ultimi tempi l’abbiamo un po’ trascurata. Dovevamo pensare all’azionista che adesso ringrazia voltandoci le spalle. Bando agli ingrati, la nostra azienda è solida e lo sarà sempre finché potrà contare su di lei”. Firmato Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit; Franco Bernabè, ad di Telecom; Pietro Modiano, direttore generale di Intesa Sanpaolo. Le lettere e gli interventi (Modiano ha fatto ricorso alla conference call e si è rivolto solo al management), naturalmente hanno un tono più formale. Ma la sostanza non cambia. Uniamoci a coorte contro i barbari alle porte.
Ha dato il via Profumo il 29 settembre, quando in borsa giravano rumors su veleni, complotti, inciuci dei grandi azionisti, magari di sponda con il potere politico. Dopo un bagno del 10 per cento in piazza Affari, l’ad ha preso carta e penna: “Non è nelle nostre abitudini commentare indiscrezioni, ma riteniamo della massima importanza rassicurare tutti voi sulla situazione del gruppo: i coefficienti di liquidità, sia a breve che a medio termine, superano in maniera significativa i limiti approvati dal cda e quelli richiesti dai regolatori… Il nostro piano di funding a medio e lungo termine per il 2008 è completo e non richiede ulteriori azioni… La solida posizione di Unicredit è dimostrata dall’eccellente merito di credito del gruppo”, e così via. Il primo ottobre, ripeteva le sue certezze urbi et orbi dai microfoni del Tg1. Quattro giorni dopo, un cda straordinario varava una ricapitalizzazione da 6,7 miliardi che non ha evitato un downgrading delle agenzie di rating. Ieri un altro tonfo: il titolo è a 2,44; a gennaio valeva 6 euro. Altro che tranquilli. Il tono perentorio della lettera, aveva in realtà allarmato i dipendenti che ogni giorno respirano l’aria pesante di uffici e sportelli. Quando mai erano stati interpellati durante il tourbillon di fusioni e acquisizioni? Se il gran capo decideva di scrivere, ci doveva essere un motivo molto serio. E’ la stessa sensazione degli impiegati Telecom il giorno in cui il titolo è sceso sotto la soglia psicologica di un euro e in borsa si sono scatenate le voci che mettevano in pista, a parte i soliti spagnoli, anche libici, arabi, cinesi e quant’altro.
"Il cammino intrapreso sta portando ai risultati che ci eravamo prefissati – ha scritto Bernabè – la situazione del nostro debito non ci preoccupa”. Era martedì. Ieri, in una giornata di ordinaria follia ha lasciato sul terreno un altro 8,5 per cento e il valore di un’azione è ridotto a 85 centesimi. Telecom è sottovalutata, ma così va il mercato. Non sfugge nemmeno Intesa Sanpaolo che, sia pur non immune, sembrava meno vulnerabile. Ieri ha perso il 9,5 per cento. Il titolo vale poco più di tre euro, a gennaio era a 5,5. Si capisce la preoccupazione dei vertici. Modiano ha ammesso la delicatezza della situazione, ma ha ribadito ai suoi manager che non c’è problema di liquidità: la raccolta copre gli impieghi e i capitali della banca sono sani. Aspettando il salvagente, pubblico o privato, tre imprese di punta, tra le poche veramente grandi, sono sotto tiro. Adesso bisogna aprire l’ombrello. Poi sarà il momento di fare conti e piani industriali. Allora, molti dipendenti riceveranno purtroppo ben altre lettere di ben altro tenore.